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Non ho mai amato la poesia e probabilmente non avrei mai pensato di acquistare un libro così, su uno dei poeti che la scuola mi ha più fatto odiare: Leopardi. E’ stato grazie a Giorgia: <<Te lo presto, è bellissimo!>>  
<<Sai che non mi piacciono i saggi sui poeti… li ho già sopportati troppo a scuola!>>
<< … Tu leggilo!>>.

L’arte di essere fragili” è il nuovo romanzo di D’Avenia, uno scrittore ma soprattutto un professore di liceo.
Dopo aver chiuso l’ultima pagina, posso dire: magari averne avuto uno così, capace di raccontare l’anima degli autori!

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I versi di Leopardi risuonano in ogni angolo della bella Recanati

Scrive di Giacomo Leopardi, chiamandolo per nome come si fa con un amico. Della sua storia, delle sue fragilità e di come abbia saputo svelargli il segreto della felicità.

“Quale ragazzo farebbe mai entrare in camera sua un tale che ha come segni distintivi, complice la scuola, la gobba e il pessimismo […] ?
Se avessimo raccontato che da bambino amava scappare in soffitta e giocare con le ombre e le luci che penetravano da una tenda […] ? Se avessimo raccontato che sul diario scriveva che il suo divertimento era passeggiare contando le stelle? […] Che nascondeva i dolciumi proibiti dal medico sotto il guanciale e li divorava nottetempo? […] Se avessimo raccontato che comprava spesso un biglietto della lotteria o suggeriva a chi tentava la sorte il numero vincente, perchè sapeva che i gobbi portano fortuna e lasciava che la gente per strada ne ridesse bonariamente? […]”

D’Avenia ci mostra la verità dietro le parole di Leopardi.
Cerca di mostrarcelo come “poeta del destino e non della sfortuna”, “della malinconia e non del pessimismo”, raccontando la sua eterna lotta per trovare la destinazione di quella vita che cercava di rinchiuderlo. Quella bellezza che, nonostante pesi e fatiche, trasformava in compito creativo.

Questo libro, romanzo, saggio (… mi piace pensarlo come un racconto di vita…) mi ha riportato con la mente nel luogo che ha dato i natali a Giacomo Leopardi. Quella Recanati che ho avuto modo di visitare in una bella serata di primavera, passeggiando tra le strette vie acciottolate ed i tanti fiori che coloravano le finestre.

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Ricordo quel palazzo, la Casa della famiglia Leopardi, dove Giacomo fuggiva in soffitta a “giocare con le trame di luce che già davano vita a personaggi di un teatro interiore“. Quella casa che era tutto il suo mondo, considerati i problemi di salute polmonare, dalla quale non usciva mai per timore che la fine potesse giungere troppo presto. (Ben 7 dei suoi fratelli non raggiunsero l’età dell’adolescenza).

Proprio lì, Giacomo, si rifugiò nella grandiosa biblioteca paterna, la più grande di tutta la zona. Già dall’età di 11 anni cominciò ad imparare senza l’aiuto di maestri: greco e latino, ebraico, inglese, francese, spagnolo…
Non era obbligato, era curioso.
Talmente tanto da rovinarsi la salute: “come fanno le falene che, per troppa fretta, si bruciano le ali in cerca della luce“.
Si abbandonò ai libri fino a perdere la vista, perchè “non poteva rinunciare di esser fedele a se stesso. La speranza è un’arte che ha il suo prezzo“.

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Vista del grande palazzo della Gens Leoparda, la famiglia di Giacomo.

Un desiderio di conoscenza ma anche d’amore: Giacomo voleva conquistare l’amore dei genitori, soprattutto del padre. Così generoso con la gente di Recanati, da regalar loro un luogo di studio meraviglioso; così asettico verso il figlio che cercava così, tra le pagine dei libri ,”l’accesso a mondi inaccessibili dalle vie del borgo natio“.

A diciotto anni qualcosa accadde: la natura lo chiamò al di fuori di quelle mura, portandolo ad eludere quell’esilio che aveva fino a quel momento rigorosamente rispettato.
La natura diventò in questo modo per Leopardi un filo conduttore importantissimo, tanto da fargli affermare (in una lettera a Piero Giordani dell’aprile 1817) che “i luoghi ameni sono l’unica cosa buona che abbia la mia patria“.

“Mi diverto ad immaginare come si comporterebbe un autore se entrasse in classe […] : tu (Giacomo) apriresti la finestra, guarderesti per qualche istante fuori respirando a pieni polmoni, poi ti volteresti e ci inviteresti a fare lo stesso, per ricordarci che c’è un fuori ed è fatto di cose come cielo, alberi, tetti, montagne, suoni… l’infinito che ribolle nei limiti.”

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L’Infinito è forse la poesia di cui tutti abbiamo ricordo.
Anche D’Avenia la colloca lì, nel retro di copertina, dietro a quel ritratto di giovane fisicamente complessato da uno studio “matto e disperatissimo”. Con la postura rovinata (la famosa gobba) e gli occhi fiaccati dalla luce delle candele ma, ciononostante, col guizzo dei cercatori di meraviglia.

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Il cammino vero il culmine del colle sul quale Recanati è adagiata.

L’ermo colle è poco oltre, vicino alla Casa che aveva rappresentato quel limite da valicare. Perchè “l’adolescente scorge il limite e vi si staglia contro per distruggerlo o superarlo. […] l’infinito deve prima essere ferito, ostacolato, limitato“.
Poi quel verso, che si stacca dalla metrica del sonetto e rappresenta il nuovo compimento: “il naufragio felice […], l’infrazione adolescenziale, il desiderio che usa il limite come trampolino […]“.
Peccato aver letto questo libro oggi, dopo aver visitato le belle Marche. Avrei apprezzato con più profondità quella distesa di campi oltre la siepe.

Considerando che la sua fu l’epoca dell’Illuminismo, dove la ragione doveva avere la meglio sul cuore, il suo pensiero riporta invece il bisogno di meravigliarsi e contemplare.
Giacomo lo faceva con la luna, grande compagna delle passeggiate serali e presente fino agli ultimi versi che scrisse in vita, ma anche con l’ermo colle e le ginestre (che amò nella sua fuga napoletana).

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Ben presto tutto quel che aveva amato di Recanati gli risultò stretto. Non posso biasimarlo, a tutt’oggi quella cittadina arroccata sulla collina è certamente piacevole ma poco adatta ad un ragazzo che vuole toccare con mano il mondo, finora conosciuto solo sui libri.
Per questo scappò.
Si, esatto, Giacomo Leopardi scappò di casa: come un qualsiasi ragazzino del nostro tempo, lottando contro il volere del padre.

“[…] taccio della libertà che tutti hanno alla mia età, e io di quella libertà ne ho ricevuto appena un terzo a ventun anni”.
(Lettera al padre)

Assurdo pensare che queste parole siano state scritte da un poeta che a scuola sentiamo così distante e superato. Non dice altro che quello che noi, almeno una volta, abbiamo urlato ai nostri genitori.

Prese dei soldi e fuggì. Quei 10 scudi rubati, e per i quali avrebbe chiesto scusa al padre tutta la vita, gli permisero di “essere infelice che piccolo, soffrire piuttosto che annoiarmi, che la noia […] mi nuoce più che ogni disagio del corpo“.

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La fuga fallì, per colpa di una semplice voce, girata per il paese. Lo fece ripiombare in un secondo in quella maturità che “è il momento in cui ci si scontra con ciò che, nella vita di tutti i giorni, ci fa sperimentare la morte […]“. E per lui fallire significò morire.
Un silenzio poetico di più di sei anni conseguì a quella speranza spenta come un ricordo del passato.

 […] rimane solo un’eco lontana, come un rimorso.

Anni dopo Leopardi se ne andò davvero da Recanati, rifugiandosi dopo peregrinazioni tra Firenze, Pisa, Milano e Bologna, in quella Napoli nella quale morì all’età di trentanove anni.

Nella vita, per comprendere come sono le cose di questo mondo, bisogna morire almeno due volte. La prima da giovani, quando si hanno tempo ed energie per rialzarsi […]. La seconda quando staremo per smettere di respirare, e allora dovremo guardarci indietro e chiederci per cosa abbiamo respirato […]. E non si può morire del tutto se si è lottato per fare qualcosa di bello al mondo […].

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Piazzetta di fronte al Palazzo Leopardi, dedicata ai versi del Sabato del Villaggio.

Questo libro mi ha insegnato chi era davvero Leopardi: un “cacciatore di bellezza” in una vita imperfetta e difficoltosa che si parava di fronte. Ha saputo cogliere la pienezza delle cose di tutti i giorni.
Non dovremmo considerarlo uno “sfigato“, dovremmo imparare dalle sue parole. Ma visto che leggere e cogliere gli aspetti nascosti dei suoi versi può essere difficile, D’Avenia ci può aiutare.

Voglio lasciarvi con un passo, alla fine di questo libro, che racchiude a mio parere la ragione per cui tutti dovremmo leggerlo.
Qui ho citato solo alcuni dei temi trattati, forse quelli più legati alla Recanati che ho visitato. Ma c’è molto, molto di più.

Parlando delle tre fasi cruciali della vita (adolescenza, maturità e morte), chi lo legge si sentirà coinvolto da quella che è (o è stata) la più difficile e tormentata che ha dovuto affrontare.

Se il nostro lettore, Giacomo, stanotte spegnesse tutte le luci e guardasse il cielo in silenzio, saprebbe che la bellezza e la gratitudine ci salvano dallo smarrimento dovuto alla nostra carenza di destino e destinazione

Grazie Gio, un consiglio prezioso!

Author

Ho studiato legge ma ho preferito seguire la mia creatività lavorando nella grafica pubblicitaria. Sono gattara da tutta la vita e amo il mare in tutte le sue forme. Dopotutto sono un segno d'acqua e da sempre combatto tra il desiderio di scoprire il mondo e il bisogno di stabilità. Mete preferite? Gli Stati Uniti e il Nord Europa. Rigorosamente on the road.

2 Comments

  1. FantastiCo! È staTo un piacere leggere quanto avete scelto per parlare di Giacomo. D’Avenia è riuscito ad esprimere quanto non osavo esprimere. Io avrei avuto il desiderio di essere sua coeva e di avere il privilegio di essergli amica! (Cosa che realmente non sarebbe stata possibile). Capisco come si conclude “l’arte di essere fragili”: Ti voglio bene Giacomo. Capisco e sento realmente questo sentimento. D’Avena è stato veramente grande quando ci ha parlato del rapimento. Per me è stata una svolta di vita. Perché me ne ha dato la consapevolezza che mi mancava. Voi siete meravigliose! Vi seguirò. La visita a Recanati per capire meglio Giacomo è senza dubbio fondamentale. Sono marchigiana e abito vicino a Recanati, e Recanati e il Palazzo di Leopardi hanno un fascino che per fortuna sono riusciti a conservare ! Ciao dalle Marche!

    • Ciao Catia!
      Bellissimo leggere il tuo commento! Mi hai confermato quanto questo libro abbia la capacità di rapire l’attenzione su punti che nella nostra vita sono stati fondamentali! D’Avenia è uno scrittore che non conoscevo, ammetto, ma mi ha rapito davvero il cuore.
      Le Marche sono una splendida regione, ne vogliamo parlare ancora!
      Ti ringrazio di cuore per i complimenti e sarei felice di risentirti presto tra i commenti!
      Un abbraccio.

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